Libri sui libri. Storia confidenziale dell’editoria italiana

Confidenziale vuol dire segreto, riservato, familiare. E credo che il titolo di questo libro funzioni molto bene: Storia confidenziale dell’editoria italiana. Ci fa subito intendere che ci sarà una condivisione, magari ci saranno cose dette a mezza voce. L’autore dice che non si tratta di un libro di pettegolezzi, ma di certo ci sono tante opinioni. Non bisogna dimenticarsi – e devo dire che è difficile farlo – che questa storia è confidenziale perché è personale. È la storia di un uomo che dell’editoria italiana della seconda metà del Novecento ha visto molto, si è fatto una sua idea e, muovendosi all’interno di alcune realtà ha anche avuto l’occasione di plasmarne i connotati.

Questa è una riflessione a partire dalla lettura di Storia confidenziale dell’editoria italiana di Gian Arturo Ferrari, io sono Maddalena Mariani e state ascoltando ‘Vivere di libri’, il podcast per chi lavora o sogna di lavorare in editoria.

Questo è un libro che ha tre identità: è una biografia, è un saggio sulla storia dell’editoria italiana ed è una raccolta piuttosto corposa di gossip, aneddoti e in qualche modo anche di giudizi sui protagonisti che ne popolano le pagine. Non nasce per essere imparziale, ovviamente, e non lo è.

Leggere questi resoconti, questi diari dei protagonisti della storia dell’editoria italiana più o meno recente (e ne sono stati pubblicati molti), è sempre interessante sia perché appunto ci da la possibilità di ficcare il naso in ambienti e situazioni che altrimenti ci sarebbero rimaste precluse, ma anche perché aiuta noi che in editoria ci lavoriamo oggi o vorremmo lavorarci a capire cos’è cambiato, in quali tempi, con quali conseguenze e perché. E questo confronto tra la nostra realtà e quella di prima è spiazzante per alcuni versi: più leggiamo e più ci rendiamo conto di quanto le cose fossero diverse. Allo stesso tempo, però, dentro di noi il modo in cui ancora oggi intendiamo l’editoria, il modo in cui la immagiamo è ancora quello. La romanticizzazione di questo settore, questa patina che tanto ci affascina e tanto poi ci fa del male quando ci impedisce di vedere la realtà delle cose, nasce con il mito dell’editoria italiana del Novecento, con la fondazione delle grandi case editrici, con i grandi divi.

La particolarità di questo testo rispetto ad altri è che non racconta la storia di un editore ma scava nelle memorie di un curatore. Di uno che ha iniziato dal basso, che ha conosciuto tante persone, che ha potuto scegliere a un certo punto per chi lavorare e a quali condizioni. Uno che si è fatto strada, insomma, senza però fare impresa. Un dipendente.

Ferrari è stato ribattezzato il Dart Fener dell’editoria italiana. Bene ma non benissimo. Forse la cosa che più mi è mancata è la sottolineatura dell’ombra, perché se ti chiamano Dart Fener non puoi essere solo furbo, pacioccoso e divertente. Entra in Mondadori a 27 anni, dopo 7 anni di tentativi falliti. Ne diventerà direttore generale a 57 anni, ma nel mezzo farà molti giri e molte esperienze diverse (passa alla Boringhieri nel ‘73, poi diventa direttore dei Libri Rizzoli nell’ ’86). Questi passaggi ce li racconta tutti, e sono il motivo per cui vi consiglio di leggere questo libro, e parla anche delle ‘miserie editoriali’ come le definisce lui. In un’intervista data per presentare il libro Ferrari dice: “In editoria non c’è niente di puro, le intenzioni più nobili sono sempre mescolate agli interessi più bassi”. Si parla di questo tipo di miseria qui.

Di cose che si possono leggere su qualsiasi altro saggio dedicato alla nascita dell’editoria italiana ce ne sono molte, ed è giusto che ci siano per dare un contesto: si parla degli inizi e della contrapposizione tra Rizzoli (poverissimo, che arriva a prendere la quinta elementare alle serali) e Mondadori (povero pure lui e anche lui fermo alla quinta elementare). Si parla di Treves, che è il primo editore a decidere di compensare i suoi autori a percentuale e non più a forfait. Si parla di Hoepli, del gruppo di Einaudi (e quindi di Pavese, Ginzburg, Foa, Levi e gli altri). Insomma, si parla un po’ di tutti i grandi nomi, ma soprattutto di Mondadori. Anche perché è a questa casa editrice che poi dedicherà il grosso del suo impegno lavorativo.

Ma divi a parte, che sono divi appunto e noi li possiamo solo guardare da lontano, qui si parla anche degli altri. Quelli che magari conosciamo un po’ meno ma che sono stati più importanti a volte degli editori stessi nel decidere le sorti delle pubblicazioni, quindi a formare la nostra cultura editoriale. Perché poi, Einaudi e pochi altri a parte, se prendiamo i primi editori erano più che altro imprenditori.

Uno di questi ‘altri’ è Luigi Rusca. In poche parole: alla fine degli anni Venti, Mondadori stava sfiorando la bancarotta per via delle sue mire espansionistiche: voleva essere il più grande e spendeva come un matto. E’ pieno di debiti, insomma, ma non li ha con le banche: le questioni economiche riguardano lui e Senatore Borletti (non era senatore, si chiamava proprio così!), un imprenditore/finanziere ricchissimo che quando vede che le cose si mettono veramente male impone a Mondadori un nome, un suo uomo di fiducia che lo affiancherà in casa editrice: Luigi Rusca, appunto. A differenza di Arnoldo, Rusca è un intellettuale ed è lui in realtà a creare la prima linea editoriale della casa editrice Mondadori. Ferrari lo definisce ‘il primo editoriale’ della storia italiana di questo settore. Rusca è il prototipo di quello che poi sarà il direttore editoriale: è un dipendente, è subordinato a Mondadori, ma è quello che decide l’identità della casa editrice attraverso le sue pubblicazioni. All’Einaudi c’è una figura simile, Leone Ginzburg prima e Cesare Pavese dopo, ma loro sono una categoria ancora diversa: sono i famosi letterati editori, i grandi scrittori e intellettuali che però mettevano effettivamente mano ai testi oltre a fare selezione. Erano editor, traduttori, correttori di bozze.

C’è quindi tutto questo racconto che fotografa su una linea temporale la nascita dei grandi editori e delle prime grandi collane italiane, e anche di chi quegli editori li affiancava. Ripeto, se avete letto qualcosa sulla storia dell’editoria italiana fin qui niente di nuovo. Le cose più interessanti perché inedite arrivano più avanti nel testo. La ciccia vera, insomma, inizia a pagina 104, quando Ferrari diventa un personaggio della storia. E mi è piaciuto molto il modo in cui si introduce perché lo fa partendo da una domanda: “Esiste una vocazione editoriale?”. Vi leggo alcuni pezzi di questo capitoletto, perché è una questione importante da affrontare.

Esiste una vocazione editoriale? C’è davvero? Nel senso letterale di una voce che chiama (dall’alto, si presume), che invita, che esorta? A cosa? A pubblicare, così, genericamente, senza nessuna precisazione, delimitazione, oggetto? Quel che piace, quel che si vuole? O viceversa quei determinati libri che inspiegabilmente non ci sono, che mancano?

Per carità, può darsi, può essere. E con ogni probabilità dev’essere (meglio, dev’essere stato) così per le figure magne, per gli Arnoldo Mondadori, gli Angelo Rizzoli, i Valentino Bompiani, i Giulio Einaudi e via dicendo. Come pure per le figure forse meno magne, ma numerosissime, che per le sdrucciolevoli strade dell’editoria libraria si sono incamminate. Per tutto costoro però oltre all’elemento chiamiamolo “spirituale” della vocazione c’è quello materiale, niente affatto secondario, della disponibilità economica, l’avere o il sapersi procurare i capitali necessari ad avviare e condurre un’impresa editoriale. Nella duplicità strutturale dell’editoria, i vocati devono anche essere abbienti.

E tutti gli altri? Vale a dire tutti coloro che a vario titolo e con varie mansioni nell’editoria si sono gettati, la praticano come professione, l’hanno scelta come forma di vita? In sostanza gli editoriali, coloro che nelle case editrici lavorano e, mentre le figure propriamente imprenditive sfumano in altitudini indefinite, le case editrici in concreto le fanno. Esiste una vocazione anche per loro, certo minore, da editoriali, non da editori, ma vocazione?

Non è detto che ci sia, ma se mai ci fosse il primo indizio sarebbe una passione matta e disperatissima per la lettura, per la lettura di libri nello specifico. […]

Ma il precipitarsi nella lettura non basta. Lo fanno in (relativamente) molti, ma pochi sono quelli che varcano la soglia, entrano nel monastero e prendono i voti editoriali. I principali sintomi di una vocazione conclamata sono da una parte una sconsiderata bulimia, una sorta di febbre libraria, un misterioso impulso ad accumulare libri anche senza leggerli. Ma soprattutto una torsione dello sguardo, una sorta di strabismo che porta certo a guardare al contenuto, ma nello stesso tempo a chiedersi perché abbia preso quella forma, perché quel libro sia fatto così, perché sia stato pubblicato proprio in quel momento. A chiedersi se molte cose che sembrano ovvie e naturali – quel titolo, quella copertina, quel formato, quel prezzo – non siano invece calcolate, messe giù come una trappola. nella quale, alla fine, sono caduto anch’io.

Forse la cosa più importante che mi porto a casa da questa lettura è proprio la riflessione che abbiamo appena letto. Negli ultimi anni, da quando ho deciso di condividere con gli altri quello che stavo imparando sull’editoria, sono venuta in contatto con centinaia se non migliaia di persone che si sognano editor, correttori e correttrici, ghostwriter, più raramente editori, librai, bibliotecarie. Chi ascolta questo podcast lo fa perché o lavora in editoria o sta cercando di capire se e come provarci.

E la cruda realtà è che di quelle migliaia di persone saranno poche a farcela. Non perché non ci sia domanda, non ce n’è mai stata così tanta e non è mai stata così democratica. Non perché non ci sia nessuno che ci assume, non ne abbiamo più bisogno. Ma perché crediamo che basti questo: amare la lettura, amare la scrittura. Ma è questa è la base. Non faccio il fioraio se sono allergico al polline. Conquistarsi il proprio spazio in editoria, riuscire a vivere di libri è possibile ma non è banale: ci vuole molto di più che saper leggere e saper scrivere. Ci vuole curiosità. Ci vuole amore per il libro come oggetto, come concetto. Ci vuole un po’ di incoscienza per iniziare e poi il giusto mix tra creatività e crudele realismo per continuare.

Pensare di mettere insieme uno stipendio come editor e di guadagnarsi il lusso di fare solo questo per tutta la vita senza sapere come funziona la filiera editoriale, come si decide il prezzo di un libro, quali sono le linee editoriali delle case editrici, quali invece le regole dei generi letterari, è pura follia. Già allora se non sapevi parlare di soldi, se non avevi intuito, se non ti facevi domande, se non ti sforzavi di capire il meccanismo potevi ritenerti incredibilmente fortunato se ti mettevano in cantina a correggere bozze tutto il giorno. E oggi nemmeno quello, perché oggi siamo molti di più e in quella cantina c’è sempre meno spazio, le bozze in parte le correggono i robottini e di cose da sapere ce ne sono sempre di più ogni singolo giorno. Ascoltate questo passaggio:

Il legame sotterraneo che unisce gli editoriali si fonda su un riconoscimento tra pari, quello di essersi ribellati al comune destino che li avrebbe voluti a insegnare lettere in qualche remota scuola media e di essersi invece tuffati nel calderone dove ribolle la cultura nel suo farsi. E c’è anche, a unirli, l’ambigua solidarietà dei camerieri, del personale di servizio o dei servi di scena, quelli che stanno dietro le quinte, che sanno che cosa c’è dietro. Quelli che vedono i Napoleoni della letteratura e, si fa per dire, del pensiero in mutande. Quelli che praticano il dark side, le umilianti trattative, gli inganni, le menzogne, le sopraffazioni. E nonostante questo, o forse proprio grazie a questo, continuano a sentire intatta, anzi esaltata, la fascinazione per la genesi impura di quanto di meglio gli uomini sono stati capaci di fare su questa terra.

Capite cosa vuol dire vivere di libri? Poi è chiaro, non tutti avremo la stessa visione o le stesse ambizioni, ma quando ho deciso di fondare edigho e ancora di più quando ho lavorato al mio primo corso di formazione, Editoria ALL IN, l’ho fatto perché volevo che le persone si rendessero conto di quanto è immenso e complesso questo settore. Questo lavoro. Questo business.

Ferrari è un uomo di cultura ma è anche un uomo di commercio, perché la letteratura è commercio. Scegliere di pubblicare un titolo piuttosto che l’altro non è solo questione di sensibilità artistica o istinto. Scegliere di intitolare un testo in un modo o nell’altro non è solo questione di lettere. I libri a cui lavoriamo o sono rigurgiti più o meno riusciti di qualche sognatore, o sono prodotti culturali che dovranno trovare il loro spazio all’interno di un mercato immenso. Che poi il nostro è un mondo piccolo. L’editoria italiana è piccola se comparata a quella di altri paesi, ci sono pochi lettori, si vende poco. Eppure abbiamo forse la storia più bella, più particolare. Che è spesso una storia familiare e una storia politica, fatta di infiniti tentativi falliti e di qualche immenso successo. Di donne poche, ma ne riparleremo.

In che cosa consista precisamente il marketing applicato all’editoria libraria resta in larga misura un mistero. C’è una versione minimalista, secondo la quale riguarda l’ideazione e l’allestimento di tutto il materiale destinato prima ai librai e poi al pubblico per promuovere il tal libro, la tal collana, la tal iniziativa commerciale. Nonché campagne e operazioni varie. E ce n’è una massimalista, secondo la quale riguarda (dovrebbe riguardare) tutto o quasi tutto quel che avviene a valle della scelta editoriale, e cioé il modo di presentare il libro al pubblico, compresi titolo e copertina. Non solo a valle, ma estremizzando anche a monte, nel senso di dar voce alle esigenze e tendenze che si manifestano nel mercato per orientare le linee di scelta. Tra i due estremi mini- e massimalista si collocano poi varietà e sfumature delle possibili soluzioni intermedie.

Vi consiglio questa lettura? No, se prima non avete letto e studiato un po’ di storia dell’editoria (perché qui se ne parla ma in modo ovviamente sintetico e funzionale alla narrazione). Sì se vi interessa saperne di più sulla storia e sul lavoro di un personaggio influente come Gian Arturo Ferrari e in generale sul lavoro di un direttore editoriale. Ma attenzione a pensare che il suo sia un percorso ripetibile o standardizzato perché non lo è affatto.

Tre fatti, in conclusione:

  1. curioso che sia stato pubblicato da Marsilio (Marsilio fa parte del gruppo Feltrinelli dal 2020), nella collana dei romanzi forse proprio per far sì che questo non si potesse considerare un saggio canonico sulla storia dell’editoria;
  2. il libro è stato curato da Chiara Valerio, direttrice della narrativa italiana di Marsilio dal 2018 e finalista al Premio Strega 2024;
  3. c’è un gruppo di pappagalli in copertina perché, cito le parole di Valerio e Ferrari: “Si voleva rendere l’idea di un luogo selvaggio ma anche domestico” e anche perché inizialmente avevano pensato di metterci i libri ma sembrava un’immagine noiosa.

Ci sentiamo nel prossimo episodio. Se questo ti è piaciuto, condividilo e lascia una recensione sulla tua piattaforma preferita. A presto!

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