Offerte di lavoro correttori di bozze

Correttori di bozze e offerte di lavoro: come distinguere le opportunità dalle perdite di tempo

Le occasioni per lavorare come correttore di bozze sono concrete e sono tante. Ma ci sono anche molte fregature: offerte poco serie che ci fanno perdere tempo prezioso.

Nell’articolo ‘Correttore di bozze on line lavoro serio o presa in giro? Ecco come stanno le cose’, abbiamo visto che c’è una reale richiesta di correttori di bozze. Da parte di case editrici, certo, ma anche (e soprattutto) da parte di autori freelance, studi professionali e aziende.

Ma come orientarci nella giungla delle offerte di lavoro? 

Siamo qui per capirlo. In questo articolo ho raccolto tre consigli per permettervi di distinguere le opportunità dalle perdite di tempo.

1. La remunerazione deve essere adeguata

C’è molta differenza tra ‘fare gavetta’ e ‘lavorare gratis’.

Quando si è agli inizi, spesso si fa l’errore di credere che accettare lavori non retribuiti sia l’unico modo per iniziare a maturare un po’ di esperienza. “Non ti pago, ma fa curriculum” ripetono i datori di lavoro, e gli inesperti ci cascano.

In realtà, il discorso è ben più complesso. 

Ci sono casi in cui un’esperienza di lavoro non retribuita potrebbe rivelarsi estremamente proficua e arricchente. Penso, ad esempio, ai tirocini svolti in realtà importanti (case editrici o agenzie di servizi o di scrittura). 

Questa è la gavetta. Si lavora senza ricevere un compenso, nella speranza di ricevere qualcosa di ugualmente importante in cambio: formazione, supporto, crescita.

Un po’ come accadeva, una volta, con gli apprendisti di bottega: non sempre l’apprendistato veniva retribuito, ma il garzone sapeva che si sarebbe ripagato tutte le spese in seguito, una volta appresi i segreti del mestiere del suo mastro.

Era un investimento.

Correttori di bozze e offerte di lavoro: occhio alle fregature

Ed è proprio questo che dobbiamo cercare di capire, prima di candidarci a un’offerta di lavoro non retribuita: si tratta di un investimento? Scambieremo il nostro tempo con la formazione? Il nostro datore di lavoro (o il suo team) diventerà per noi un maestro e ci seguirà, passandoci le sue competenze? Dedicherà parte del suo tempo alla nostra crescita, o ci farà lavorare gratuitamente senza renderci nulla?

Purtroppo, queste sono domande a cui è difficile rispondere. 

Nessuno può leggere il futuro, nessuno può prevedere come andranno veramente le cose. Già dall’annuncio di lavoro, però, si può almeno tentare di farsi un’idea. 

Se suona un campanello d’allarme (la realtà è sconosciuta, l’offerta è formulata male, si promette formazione con la solita formula generica del ‘lavora con noi e cresci’ ma non si scende nel dettaglio), allora è meglio fermarsi. 

Probabilmente quell’offerta non rappresenta una reale opportunità, ma solo un rischio. 

Perché perdere tempo è un rischio. 

Ed è un rischio anche mettersi a disposizione del cliente sbagliato. 

Il datore di lavoro è un’azienda o un privato?

Sebbene il discorso dell’apprendistato possa avere un senso per le aziende, come abbiamo visto, nel caso di clienti privati dobbiamo essere più netti. Un committente che rifiuta di pagarci solo perché siamo all’inizio e dobbiamo fare esperienza, non è un committente serio. È semplicemente una persona che vuole ottenere un servizio gratis.

Ricordate: il tentativo senza il feedback non è formazione ma solo esperienza fine a se stessa. E c’è una bella differenza.

Il cliente ne saprà ancora meno di noi su quella lavorazione: cosa potrebbe insegnarci? Al massimo potremo imparare a gestire il rapporto con il committente (cosa importantissima, sia chiaro!), ma difficilmente cresceremo nella tecnica. E se lo faremo, sarà a spese sue!

Siete alle prime armi? 

Benissimo, allora applicherete la tariffa base: di certo il vostro compenso non si avvicinerà nemmeno lontanamente a quello dei professionisti più quotati. Ma sarà un punto di partenza. 

Fa parte del gioco, è gavetta. 

Da qui a lavorare per la gloria, però, c’è una bella differenza.

2. Diritti e doveri devono essere ben definiti

Cosa fa un correttore di bozze? La risposta può essere chiara a noi addetti ai lavori, ma spesso non è lo stesso per il cliente. Se non spieghiamo fin da subito il nostro ruolo, i nostri doveri e i nostri limiti, rischiamo di avere grossi problemi in seguito.

Che tipo di problemi? Uno su tutti, deludere le aspettative del cliente.

È molto frequente pensare che la correzione di bozze non comprenda solo la pulizia formale dello scritto, ad esempio. E se i limiti di questa lavorazione possono essere intuibili sui testi brevi, come documenti o articoli di siti internet, si fanno decisamente più nebulosi quando si tratta di revisionare libri o infoprodotti. 

In questi casi, il cliente potrebbe aspettarsi da noi un intervento più approfondito. Qualcosa di più simile a un editing. Potrebbe pensare, ad esempio, che controlleremo anche la coerenza interna del testo e che renderemo lo stile più fluido e piacevole.

O addirittura potrebbe farci riscrivere intere sezioni di testo, compito che spetterebbe semmai a un ghostwriter. 

Insomma, potrebbe spingerci a fare un lavoro per cui non ci ha pagati.

La soluzione? Chiarire fin da subito cosa rientra in un intervento di correzione di bozze e cosa no, meglio se per iscritto! Potreste preparare un documento da inviare a tutti i vostri clienti, un video, un articolo…

Questo non solo vi farà apparire molto professionali, ma eviterà a voi e al vostro cliente brutte sorprese (e amare delusioni).

3. Il cliente deve comportarsi in modo serio

Correttori di bozze e offerte di lavoro: come capire se un nuovo cliente si comporterà in modo onesto oppure no? Ci sono campanelli d’allarme da considerare?

Sì, ci sono. E possono cominciare a risuonare fin dai primi contatti.

Ricordiamoci che alla base di tutto c’è la fiducia. Il cliente deve fidarsi della nostra professionalità e noi dobbiamo fidarci della sua volontà di collaborare e, ovviamente, di pagarci. Le basi per questo rapporto di stima si pongono in fase di trattativa: la fase a cui dobbiamo dedicare tutta l’energia possibile.

Per quanto riguarda il lato economico, una buona norma è chiedere sempre un acconto all’inizio del lavoro. Se il committente non è disponibile a versarlo, possiamo già trarre alcune conclusioni: non si fida della nostra professionalità, oppure non ha budget sufficiente. 

Lo stesso discorso vale se tergiversa sui pagamenti, se tenta di strapparci una tariffa ridicolmente bassa o se passa ore a contrattare come se fosse al mercato.

L’importanza di seguire l’istinto

Ed ecco un ultimo consiglio: fidatevi del vostro istinto. 

A prima vista potrebbe sembrare un’indicazione vaga, ma non è affatto così. Nelle dirette fatte nel gruppo gratuito EDIGHO | Formazione Editoriale, ho affrontato spesso questo argomento.

Ma cosa vuol dire fidarsi dell’istinto? In realtà è molto semplice. 

Quando sentiamo il cliente per la prima volta e percepiamo che non è interessato al nostro parere, che ci parla sopra, che non è in sintonia con noi… basta, chiudiamo. 

Ascoltando la nostra voce interiore, ci renderemo conto che non ci sono i presupposti per lavorare insieme.

Fidarsi dell’istinto è la strategia più efficace quando si parla di correttori di bozze e offerte di lavoro. Lo so per esperienza diretta. Avendo alle spalle oltre cinquanta pubblicazioni in veste di ghostwriter ed editor, in questi anni ho conosciuto un bel po’ di clienti.

Prima o poi capita a tutti di avere a che fare con offerte di lavoro poco serie. Ma se dedicheremo le giuste energie alla fase di trattativa, definendo i limiti del nostro ruolo e ascoltando quello che ci segnalerà l’istinto, avremo già a disposizione ottimi strumenti per attrarre le opportunità e difenderci dalle perdite di tempo.

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